La tribù degli Artisti e il racconto dei Totem – di Alice Devecchi

28
lug
2016

Gli Uomini dei, di Simonetta Ceriachi, foto di Giufo Soulboarder.

Aveva ragione Nicolas Bourriaud quando, agli albori della diffusione globale della Rete, intuì che gli artisti cominciavano a preoccuparsi della dimensione relazionale dell’esistenza umana, sempre più sradicata dai luoghi e indipendente dal contatto fisico, somatico, incarnato.

Inventò così una categoria critica nuova cucita addosso ad una generazione di artisti impegnati a mostrarci come «abitare meglio il mondo», a costruire «modi d’esistenza o modelli di azione all’interno del reale esistente»[1]. L’estetica relazionale legge l’opera d’arte come un “interstizio sociale”, uno spazio di relazioni umane che «favorisce un commercio interpersonale differente dalle “zone di comunicazione” che ci sono imposte»[2]. Da allora – 1998 – il mondo globalizzato e iperconnesso ha compiuto innumerevoli passi avanti ed altrettanti indietro, ha prodotto meraviglie e brutture prima inimmaginabili e parallelamente ha sviluppato una crescente esigenza di recuperare il valore fondante delle relazioni umane nella loro accezione più positiva. La riflessione critica di Bourriaud, celebrata da alcuni, vituperata da altri, ha tuttavia conservato la sua validità per moltissime espressioni della creatività contemporanea, ed ha il merito di aver teorizzato l’arte come stato d’incontro cogliendo «l’essenza della pratica artistica nell’invenzione di relazioni fra soggetti»[3] intenti ad abitare un mondo in comune.

Puntare l’obiettivo sulle relazioni sociali significa rendersi depositari di un’idea di comunità basata sull’incontro, sullo stare insieme, sul condividere valori e beni. Significa costruire la propria identità attraverso il riconoscimento dell’Altro e della ricchezza determinata dall’interazione con la diversità.

La Casa degli Artisti incarna da sempre – direi “per statuto” – queste convinzioni. Forse perchè Andreina e Antonio le indossano con naturalezza, senza affettazione, quotidianamente, intimamente. La Land Art al Furlo – che diventerà (ma forse lo è da sempre) Riserva d’Arte Contemporanea – è prima di tutto un’opera collettiva, condivisa, essenzialmente relazionale; un “interstizio sociale”, per dirla con Bourriaud, svincolato dalle logiche del Sistema. Chi ha partecipato, anno dopo anno, sa cosa intendo, sa che convivialità e condivisione qui non sono parole superficiali ma verità di esperienza.

Dunque, al settimo anno di vita, dall’inconscio della Casa è emerso un tema che, senza volerlo, ne celebra la dimensione relazionale: Totem. Gli antropologi studiano incessantemente il significato fortemente simbolico e rituale di questi oggetti verticali per le tribù dei nativi americani e non solo. Ma al di là della carica emblematica del totem come oggetto sacro ciò che affascina di più è la sua funzione di collante sociale. Il totem infatti rappresenta le relazioni fuori e dentro la tribù, è un modo della socialità che è al tempo stesso interno ed esterno alla tribù stessa. Ciò che avviene attorno al totem, i riti e le cerimonie di iniziazione che associano ogni individuo al suo totem, servono innanzitutto a mantenere solido ed equilibrato il gruppo sociale che esso rappresenta; i pali di totem, composti da tanti ototeman (cioè parenti) che dal basso verso l’alto ricostruiscono l’albero genealogico di una stirpe, non solo servono alla tribù per identificarsi, ma anche per stabilire e rappresentare i rapporti con altre tribù, con la “società animale” e con quella naturale, quindi con ciò che è diverso, Altro da sé.

E’ successo così che la potenza dell’archetipo totemico ci ha condotto quasi inconsapevolmente a invitare gli artisti a riflettere sulle identità plurali della Casa, e a elaborare delle immagini simboliche di questa tribù che anno dopo anno si ritrova e accoglie il nuovo mettendosi in gioco senza esitazioni, come solo chi è sicuro di sé sa fare. In ogni totem troverete ad un tempo l’identità del suo artefice e quella della tribù della Casa degli Artisti. Troverete racconti verticali di quello che gli artisti sono come individui relazionali. Racconti che si leggono come note di una partitura, in un rapporto fecondo tra le opposte e reciproche dimensioni che costruiscono il nostro senso dello spazio: quella verticale, tradizionalmente propria del pensiero astraente, e quella orizzontale propria della narrazione.

A ciascuno la libertà e la responsabilità di intrecciare l’una e l’altra dimensione alla ricerca di un’armonia complessiva, di un’identità fluida e di un’esperienza relazionale che renda sempre più plurale questa straordinaria comunità provvisoria.

[1] Nicolas Bourriaud, Estetica relazionale (1998), Postmediabooks, Milano 2010, p. 14

[2] Ivi, p. 15

[3] Ivi, p. 21