Artisti | 27/06/2021 21:06 | Ufficio Stampa

L’arte come pratica e come fruizione è da sempre considerata, nella nostra cultura, una dimensione separata dalla vita quotidiana, prerogativa di specialisti detentori di un sapere difficilmente accessibile, ma sempre e comunque destinata a ricchi, potenti, prelati o nobili. Questo era vero nel Rinascimento, nella Roma dei Papi o nel secolo d’oro dei Paesi Bassi, durante lo sviluppo industriale oppure oggi in una moderna asta dei due più noti marchi internazionali. I poveri avevano e hanno ben altro da pensare, ma da qualche tempo, e più precisamente dopo la mostra ‘Riches from Rags’ che si è tenuta al San Francisco Craft & Folk Art Museum nel 1994 sono venuti alla ribalta veri e propri capolavori di arte “applicata” legata alla povertà, al bisogno e all’uso che arrivavano da sperdute aree rurali del Giappone genericamente definito con il nome “Boro” che sta ad indicare un indumento, che restava un bene prezioso, anche quando invecchiava. Non veniva buttato ma si ricucivano strappi, si aggiungevano toppe e imbottiture per renderli più caldi, oppure da esso si realizzavano nuove stoffe aggiungendo frammenti a frammenti per ottenere una varietà incredibile di indumenti dagli stracci. Questi oggetti per la casa oppure indumenti da lavoro per pescatori e contadini delle campagne, persone che non potevano permettersi vestiti costosi oggi li troviamo esposti in molti musei e non solo i visitatori ma anche esperti rimangono sorpresi nel constatare l’importanza culturale di questo patrimonio. Gli stilisti che oggi propongono jeans strappati, bucati, bruciati … distrutti a prezzi incredibili … non hanno inventato nulla.


 

Artisti | 27/06/2021 21:06 | Ufficio Stampa


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