Articoli | 03/07/2021 14:07 | Ufficio Stampa

Il casone giallo al di là del fiume se lo ricordavano solo i vecchi. Costruito all’inizio del Novecento, ci abitavano 6 famiglie, quando il padre andava in pensione, arrivava un altro nucleo, e via via fino all’inizio degli anni Novanta. Erano operai specializzati, gli “elettrici”, che insieme ad altri, costruirono la grande diga a ventaglio sul fiume Candigliano, la Centrale idroelettrica e la casa per l’Ingegnere. Come si è detto, era un vero e proprio “Villaggio Opera- io”, autonomo, (forse ispirato agli ideali del socialismo umanitario, utopico, tra De Amicis e Pascoli), con le sue piccole torri colombaie, i sei orti, i cavalli e i biroccper spostarsi, il fiume sotto casa,

per la pesca, i panni, i tuffi nel calderòn, una specie di piscina naturale. Nel piccolo borgo di Sant’Anna del Furlo, ma anche altrove, quel posto era chiamato “La casa della Gioia”, perché erano frequenti i balli con la fisarmonica, i pranzi tutti insieme sul tavolo lungo, sotto i ciliegi. Agli inizi degli anni Novanta, l’Enel la chiuse e nel 2003 la mise all’asta. Finiva l’era operaia. Intanto, dal 1989 Andreina De Tomassi e Antonio Sorace avevano deciso di lasciare Roma e “tornare” nelle Marche terra di origine delle loro madri. Dopo 10 anni di pendolarismo nel ’99 s’insediarono prima ad Acqualagna e poi, dal 2008 a Sant’Anna del Furlo. Nel 2003 avevano preso all’asta il casone giallo. Non fu facile. Passare dal tumulto urbano al si-

lenzio del bosco, dal lavoro garantito al lavoro da inventare, fu un bel salto. Ma dall’altra parte, c’erano i cinque sensi risvegliati con i profumi e i sapori anti- chi, i versi degli animali, la bellezza del paesaggio, o il tempo per gli amici… Antonio si occupò della casa, ecologista da sempre, unì i principi della bioarchi- tettura al restauro conservativo: riscaldamento a legna, recupero dell’acqua piovana, tetto ventilato in legno, e ov- viamente vernici atossiche, e la tinteg- giatura esterna con grassello di calce (dopo dottissime discussioni con Elio Pellegrini sulle ricette classiche).

Andreina pensò più al giardino, al parco, grazie ai consigli di una paesaggista rigorosa come Federica Scaglioni e alle lezioni indimenticabili delle “sciamane” Graziella Picchi e Loretta Stella. Le luci serali bassissime per rispettare i ritmi naturali e per vedere lucciole e stelle. Insomma, per loro quella era (ed è) una vita vera, lontana dagli artifici e dai miasmi urbani. La piccola comunità di Sant’Anna del Furlo, minuscolo borgo medioevale che vanta un campanile a cipolla, delle torri colombaie del Quat- trocento e un buon ristorantino di campagna, non si spiegava come mai i due Romani avessero scelto quella strana casa col tetto spiovente, alla francese, e in seguito anche quella, più piccola, dell’Ingegnere. Ma che ci facevano da soli in mille metri quadri? Semplice. Tutte stanze col bagno e non era un al- bergo, ma una Residenza Creativa. La formula l’avevano appresa da Flavio Biondi di Mondaino, invece la Land Art ne avevano avuto una fortissima

di, a Fiumara d’Arte, creata da Antonio Presti. Ed è quello che “inventarono” Andreina e Antonio unendo le due esperienze. Nel 2010 si aprì l’associa- zione culturale “La Casa degli Artisti”, (e qui ci piace ricordare quel “Gong” del maestro Eliseo Mattiacci che nel 1992 aveva fatto echeggiare nella cava di Sant’Anna il primo suono della Land Art). Nedda Bonini e Yvonne Ekman furono fondamentali, per un tam tam di inviti, come Antonio Presti che chiese le opere di Mauro Staccioli, di Ute Pyka e Umberto Leone. La manifestazione durò due giorni, ebbe un successo cla- moroso e inaspettato con quattromila persone che accorsero a vedere questa strana cosa della Land Art al Furlo.

Tutte le altre edizioni ebbero la durata di un mese, solo come “lancio”, ( il Parco è sempre aperto, tutti i giorni, ingresso gratuito) e hanno visto la presenza di una media di 40 artisti a edizione…che per dieci edizioni raggiunge la bellezza di 400 artisti. Ma le opere visibili nel Parco sono circa la metà, perché tutte quelle del primo periodo, fedeli agli stilemi della Landscape Art, quindi con l’utilizzo di materiali naturali, sono scomparse con il passare del tempo, gli interventi degli animali selvatici, le intemperie… Se per le prime edizioni i Curatori sono stati varii, dal 2014 le scelte curatoriali sono state affidate alla docente di Storia dell’Arte, Alice De- vecchi, e dal 2018 allo storico dell’Arte del Futurismo, Andrea Baffoni.

Come Ufficio di comunicazione ci sono stati dei validi aiuti, come Jennyfer Pie- rini, Sara Barcelli, e Luca Latini, uno

L’ufficio Stampa che accompagna la Casa degli Artisti dal 2015, è quello di Roberta Melasecca, architetta, curatrice e magnifica spalla per gli artisti. Per i primi nove anni lo staff della Casa individuava un tema, lo pubblicizzava sui social, poi arrivavano i progetti: c’è stato sempre un bell’afflusso nazionale e internazionale di idee. La giuria sceglieva con cura, anche stabilendo criteri di sostenibilità ambientale e sicurezza per i visitatori, e una volta scelta l’opera, si procedeva a contattare gli artisti. I quali erano liberi di procedere ad un sopralluogo, di costruire l’opera al Furlo e di presiedere all’apertura e al finissage. Vitto e alloggio ovviamente senza spese per gli ospiti, proponendo una vita comunitaria condividendo i pasti e l’allegria. Tutto questo fino alla decima edizione, quando il presidente della Casa degli Artisti, in accordo con il curatore Andrea Baffoni e sentiti gli altri collaboratori, decise di cambiare lo spartito. Altra musica quella dal 2019.

Il Curatore, da quest’anno, sceglie tre o più artisti e cuce intorno a loro la mani festazione della Land Art al Furlo, naturalmente rimangono altri eventi collate rali come work shop, musica, e sempre una mostra all’interno della Casa, nella Galleria Elettra. Perché, come dice Baffoni, oggi “C’è la consapevolezza del mantenimento”, e il Parco di Sculture di Sant’Anna, dopo anni di “vetrina” deve soprattutto “consolidare il patrimonio artistico e culturale” che si è venuto a creare negli anni.


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